Articolo del 27.10.2010 | Il Golfo

Le prime luci del mattino illuminano la vegetazione che si sviluppa sulle colline terrazzate a vigneto. Gli studenti più mattinieri, intirizziti dal freddo, cominciano ad accalcarsi alla fermata dell’autobus.
Mancano venti minuti alle otto, il sole è ancora pallido, non ha ancora iniziato a sprigionare tutto il suo calore, eppure i nauseabondi miasmi provenienti dalla micro discarica che si erge a pochi metri dal gruppetto di scolari cominciano a diffondersi nell’ambiente.
I ragazzi tentano di sfuggire al cattivo odore come possono, si coprono il viso con i fazzoletti, sperando che l’autobus arrivi prima possibile per fuggire via da quello squallore.
Un ragazzo immortala il monumento al degrado con il suo telefonino, un altro ragazzo, della stessa età, scende dall’auto di famiglia con due enormi sacchi neri, quelli che il comune ha espressamente vietato di utilizzare perché non riciclabili, e, incurante dell’obiettivo della fotocamera, li ripone sulla montagnola. I sacchi sono ricolmi di rifiuti indifferenziati. Poco importa se è la giornata riservata alla raccolta degli imballaggi di plastica e alluminio. Ancor meno importante, evidentemente, è aspettare l’operatore ecologico che raccoglierà l’immondizia a partire dalle 9.
Scene di ordinario imbarbarimento. Storie che non è difficile immaginare alle pendici del Vesuvio, tra i violenti tafferugli dei ribelli e le manifestazioni pacifiche delle mamme “vulcaniche”. Vicende che in realtà non appartengono alla “Intifada terzignese”, alla “Napoli pattumiera d’Italia”, come ha titolato qualche giornalaccio a caratteri cubitali, interpretando nel modo più viscerale i sentimenti di una certa opinione pubblica italiana.
Lo spettacolo indecoroso è di scena a casa nostra.
Siamo alla Molara, a pochi passi dai Pilastri, precisamente all’Imbocco per via Schiappone, la strada che sviluppandosi tra frutteti e piccoli orti familiari porta al santuario dedicato alla Madonna, una delle chiese più antiche di Barano, o al rinomato panificio Montevergine, dove decine di famiglie ischitane si riforniscono di pane casereccio.
Una zona molto trafficata, un percorso di particolare rilevanza naturalistica, impreziosito dal rango di “sentiero della lucertola”, itinerario che il comune di Barano ha creato per valorizzare gli incantevoli pendii dell’entroterra baranese.
L’iniziativa funziona: decine di turisti tedeschi si inerpicano lungo i viottoli che vanno a svilupparsi lungo i fazzoletti di terra coltivati a vite. Un’esperienza che esalta i fedelissimi viaggiatori d’oltralpe.
Purtroppo non esiste una politica di salvaguardia del territorio tale da proteggere questa risorsa naturale, tant’è che gli escursionisti amanti del trekking s’imbattono quotidianamente nei sacchetti d’immondizia in bella mostra, cumuli di vergogna da fotografare con occhi sgranati dallo stupore, istantanee che giungeranno in Germania come cartoline dello scempio.
Una pessima pubblicità direttamente dalla “campania infelix” martoriata dalla monnezza.
Eppure l’ordinanza del sindaco del 2008 parla chiaro: “Tutti i rifiuti solidi urbani dovranno essere conferiti differenziati (nei modi indicati nelle pagine dell’opuscolo consegnato a tutte le famiglie del comune di Barano) presso gli stazionamenti direttamente all’operatore senza depositarli in strada.”
“Un giorno importante per la nostra comunità”: dichiaravano soddisfatti il sindaco Paolino Buono e l’assessore all’ambiente Michele Iacono.
I motivi per essere compiaciuti c’erano tutti: il primo comune dell’isola ad iniziare la raccolta differenziata aveva retto bene alla novità, anche i cittadini più restii al cambiamento avevano risposto positivamente di fronte ad un’emergenza sociale e ambientale senza precedenti, dimostrando un eccellente senso civico.
A quanto pare, però, la pigrizia ha prevalso e l’interesse per l’annoso problema sociale dello smaltimento dei rifiuti è scemato. Qualche cittadino baranese preferisce vivere nell’immensa pattumiera che contribuisce a creare con l’abbandono indiscriminato sul territorio di ogni tipo di rifiuto facendosi partecipe di uno scempio civico indecente, in barba anche alla sanzione amministrativa che può arrivare fino ai 1000 euro se colti in flagranza di misfatto.
Uno scempio tanto più grave su un’isola che vive prevalentemente di turismo, un atteggiamento che ha il sapore amaro di un ponderato suicidio.